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venerdì 5 ottobre 2007

Posted by triskeles in Italia.
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Senato della Repubblica

Esposizione economico-finanziaria
Manovra di bilancio per il 2007 – 2010

Intervento del Ministro dell’Economia e delle Finanze
Tommaso Padoa-Schioppa

Roma, 3 ottobre 2007

‘quanto alla città e ai suoi dei, apriremo
nell’assemblea una discussione del popolo,
e vedremo insieme di rendere duraturo
il bene che abbiamo raggiunto: e insieme
vedremo di trovare rimedi là dove occorrano,
decidendo con rigore nel troncare ogni male.’

Eschilo – Agamennone

Signor Presidente, Onorevoli Senatori,
La manovra di bilancio che presento oggi al Senato, la seconda di questo Governo, si iscrive in un disegno politico delineato ora è un anno e da allora perseguito con coerenza e con tenacia. Se dovessi condensare in una sola frase il senso di tale disegno, direi che abbiamo voluto restituire all’azione di governo l’ampiezza di un progetto che partendo dall’oggi guardi lontano nel futuro.
Potrebbe sembrare un proposito scontato, ma un esame sereno convince che così non è. Per troppi anni è stato commesso l’errore di affrontare i problemi dell’oggi ipotecando le risorse del domani, per troppo tempo è sembrato che la saggezza e la bravura consistessero, come in un rodeo, nel restare in sella rinunciando a darsi una direzione. L’origine dell’immenso debito pubblico dell’Italia è tutta in questo errore di prospettiva. E così pure l’origine della fiacchezza della nostra crescita economica. Sappiamo bene che questo errore di prospettiva, questo gravissimo errore, ha radici non prossime, che risalgono indietro di oltre un quarto di secolo e affondano in atteggiamenti e costumi che pervadono l’intera società italiana, non solo il ceto politico.
Per dare un domani all’Italia dobbiamo operare guardando lontano ma senza curarci del nostro domani.
La scorsa legislatura si aprì con promesse mirabolanti, ma si concluse con la scomparsa dell’avanzo primario, la risalita del debito, l’incoraggiamento aperto all’evasione fiscale, il sacrificio degli investimenti in infrastrutture a favore della spesa corrente, l’ingresso in una rischiosa procedura di infrazione delle regole europee; una procedura per noi particolarmente pericolosa proprio perché il debito – che per oltre la metà è in mano a investitori esteri – ci rende esposti sul mercato internazionale come nessun altro paese.
Le vere anomalie della finanza pubblica italiana, alle quali anche questa manovra cerca di porre riparo, si riducono a due. La prima è il gigantesco debito pubblico, il più alto in Europa e il terzo al mondo in valore assoluto: 1.600 miliardi di euro che ci obbligano a reperire ogni anno circa 70 miliardi per il pagamento dei relativi interessi: 1.200 euro all’anno, in media, in testa a ogni italiano, compresi i neonati. Ogni anno iniziamo la gara europea con cinque punti di penalizzazione rispetto ad agguerritissimi concorrenti. Un debito dimezzato renderebbe disponibili 35 miliardi di euro l’anno per alleggerire le tasse e per investire. Saremmo oggi a metà strada verso quel traguardo, se la legislatura passata avesse continuato lo sforzo della precedente.
La seconda anomalia è l’ampiezza dell’evasione fiscale, anch’essa del tutto fuori linea rispetto alla media europea. Il divario ammonta a circa 5-6 punti di PIL, pari a 75-90 miliardi di euro ogni anno. Una riduzione, anche graduale e parziale, di questa montagna di danaro libererebbe i contribuenti onesti di un peso divenuto ormai insopportabile e consentirebbe, in pari tempo, di finanziare investimenti pubblici di cui il nostro paese ha un bisogno assoluto.
Che nessuno o quasi (le pochissime eccezioni confermano la regola) ponga questi semplici fatti, sempre e di nuovo, al centro delle sue analisi e dei suoi giudizi è veramente singolare; ma i fatti sono ostinati e la loro forza, alla fine, è irresistibile.
Rivendico al Governo Prodi di aver posto la questione del debito e la questione dell’evasione fiscale al centro dell’attenzione. E, grazie a questo continuo memento, rivendico il merito di aver fatto finalmente crescere la consapevolezza di quale peso una politica economica miope abbia posto sulle spalle innocenti di chi veniva dopo, quelle dei giovani di oggi e di domani. Consapevolezza che cresce molto faticosamente, a dire il vero, anche perché gli spacciatori di sogni e la cronaca effimera del rumore quotidiano offuscano la vista e ottundono l’udito. Eppure – lo constato in ogni mio incontro, nel camminare tra la gente – questa consapevolezza si fa strada. Così come si fa strada la consapevolezza che è il cittadino in regola col fisco a pagare, nel senso letterale, se il suo vicino con l’auto di lusso, la terza o quarta casa e magari la barca di altura, dichiara redditi da collaboratore domestico o da vigile urbano.
Anche su questo il cammino da percorrere è ancora lungo, molto lungo. Anche qui si toccano atteggiamenti di costume che sono ardui da vincere. Il ‘vivi e lascia vivere’ non è rispetto del prossimo; è una sconsolata rinuncia che corrode il tessuto sociale. Al motto volgare degli artefici della dittatura italiana, Don Milani contrapponeva ‘il motto intraducibile degli americani migliori’: ‘I care, me ne importa’. Dobbiamo saperlo: la zavorra di chi evade le tasse, o sfrutta rendite di posizione, o si serve delle istituzioni anziché servirle, rischia di mandare a fondo la barca.

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